Se le tue prestazioni sono di alto livello, se gli altri ti riconoscono come persona valida e nutrono stima nei tuoi confronti ma tu ti senti insicuro/a e hai la sensazione di essere molto più incerto/a di quanto gli altri non possano immaginare, allora potresti rispondere al profilo di chi soffre della “sindrome di Achille”.

Petruska Clarkson ha definito questa sindrome sulla base della sua esperienza di psicoterapeuta: racconta di essersi imbattuta più volte in persone di successo che, pur ritenute eccellenti, provavano scarsa fiducia in sé e un profondo senso di inadeguatezza.  Un po’ come l’eroe greco, esse trasmettevano un’immagine invincibile ma celavano un profondo nodo di vulnerabilità. Un tallone di Achille, appunto, strettamente connesso alla loro storia personale.

Come ho raccontato nel post su autostima e perfezionismo, anch’io come coach mi sono spesso imbattuta in persone animate da una voce interiore che ripete “non è abbastanza”, e che per questo  si sottopongono a stress superiori alle richieste dei propri datori di lavoro e non si accontentano mai. Il lavoro della Clarkson affronta la stessa tematica da un altro punto di vista, per questo ho pensato di proporne un assaggio, che pubblicherò nei prossimi post.

Le sette caratteristiche della sindrome di Achille

La sindrome di Achille si presenta in una persona che corrisponde a queste sette condizioni:

  1. Disparità fra competenza riconosciuta dall’esterno e la capacità che la persona riesce ad ammettere (pseudocompetenza), unita alla sensazione di essere un impostore;
  2. Forte ansia e tensione prima di svolgere un compito rilevante;
  3. Tensione spropositata o sfinimento dopo la prestazione;
  4. Senso di sollievo, anziché di soddisfazione, dopo aver concluso un compito;
  5. Impossibilità di usare l’esperienza di successo come fonte di sicurezza per le prestazioni successive;
  6. Senso di paura, vergogna, umiliazione al pensiero di essere scoperti;
  7. Solitudine dovuta al desiderio di ottenere supporto dagli altri, bloccato dalla paura di non essere compresi.

La sindrome può manifestarsi in diversi ambiti di vita: lavoro, studio, sport, relazioni interpersonali o relazioni affettive (es. essere un compagno o una compagna), vita familiare (es. essere padre o madre; cura della casa).

La pseudocompetenza

Pseudocompetenza è la condizione che caratterizza chi soffre della sindrome di Achille. Il termine descrive un divario, una mancata coincidenza fra il livello di competenza riconosciuto dall’esterno (gli altri) e quello che la persona stessa si riconosce. Lo pseudocompetente non si ritiene sufficientemente adeguato alla prestazione, e il problema è soggettivo. Il mondo – e con esso l’oggettività – lo descrivono come competente.

Lo pseudocompetente vive con molto disagio la propria condizione: prova vergogna, fatica a confidarsi con gli altri perché teme di non essere capito proprio perché gli altri lo giudicano molto diversamente da come lui/lei stesso/a si valuta. Se si confidasse non riuscirebbe ad ottenere comprensione, e finirebbe col vergognarsi ancora di più.

Come si genera la pseudocompetenza

La pseudocompetenza trova fondamento nella storia della persona. Secondo Clarkson, il più delle volte chi sviluppa la sindrome di Achille ha veramente un punto debole: probabilmente ha saltato qualche tappa nell’apprendimento, e ha una piccola mancanza (ad esempio non ha maturato completamente qualche competenza di base, ed è subito approdato a un livello di complessità superiore, riuscendo però a mantenere uno standard qualitativamente elevato nelle proprie performance).

Sebbene riconosca o possa arrivare a individuare la propria carenza, lo pseudocompetente è talmente preda delle emozioni e della vergogna da non riuscire a prendersi cura della stessa: convinto/a di dover rispettare standard di perfezione, finisce col continuare a portare avanti, come in un circolo vizioso, la recita del bravo/a studente/ssa, o del bravo/a manager, o del bravo genitore.

L’educazione ricevuta durante l’infanzia, nel contesto familiare o in quello scolastico, così come episodi che hanno segnato la storia della persona possono essere le radici sulle quali la pseudocompetenza è cresciuta e si è sviluppata, diventando poi uno stile della persona preservato anche in età adulta.

Come vive lo pseudocompetente?

“Questi soggetti sono considerati dagli altri molto più competenti di quanto essi stessi si sentano, ma spesso impiegano nelle loro prestazioni una quantità di energia eccessiva e la tensione diventa tale che il successo, invece di aiutarli a sviluppare la sicurezza in se stessi, li svuota e li sfinisce” (Clarkson, p. 31).

Come si evince dalle sette caratteristiche delineate, lo pseudocompetente vive nella paura di essere scoperto e ha il terrore della vergogna che proverebbe se venisse messo a nudo. Teme di essere giudicato un impostore, perché si sente tale. Ha un forte senso di sfiducia verso se stesso, per cui ogni volta deve dimostrare a sé, prima ancora che agli altri, di potercela fare. In poche parole è lui/lei stesso/a a generarsi uno stress molto più elevato di quello che richiede la situazione.

Nei prossimi articoli vedremo ulteriori aspetti della sindrome di Achille. Nel frattempo, se volete maggiori informazioni, potete leggere il libro di Petruska Clarkson.

Per approfondire:

 

Sconfiggi il nemico che è in te. Vincere la segreta paura di fallire” di Petruska Clarkson, ed. Oscar Saggi Mondadori