Autostima

Mi sono interessata per la prima volta al tema dell’autostima intorno al 2001, quando insieme ad una collega e alla relatrice della mia tesi di laurea ho tradotto un test per poterla valutare, che è stato poi pubblicato.

L’autostima in psicologia corrisponde al significato stesso della parola: è stima che la persona ha di sé, la risposta alle domande “quanto valgo?”, “mi piaccio o non mi piaccio?”, “sono sicuro/a di me o no?”, “il mio modo di essere mi soddisfa o no?”. È un tema molto importante, perché si intreccia sia con le principali caratteristiche del carattere (come ad esempio il fatto di essere introversi od estroversi), sia con molte tipologie di disagio che possono presentarsi nel corso dell’esistenza (ad esempio  certe forme depressive o le paure che dettano l’emergere dell’ansia).

Raccontare l’autostima

La definizione di autostima che preferisco è quella messa a punto dallo psicoterapeuta Nathaniel Branden:

“L’essenza dell’autostima è fidarsi della propria mente e sapere di meritare la felicità”

perché riassume in sé due componenti molto importanti della stima di sé: il giudizio sulle nostre capacità (racchiuso nel “fidarsi della propria mente”) e l’affetto che proviamo verso noi stessi (il senso di amore che ci fa riconoscere come persone degne di essere felici).

L’autostima infatti non deve essere considerata esclusivamente come un fatto valutativo, legato alla razionalità. Anzi, la componente di valutazione razionale è fortemente influenzata da un aspetto molto più profondo, di tipo affettivo (l’amore verso di sé), che incide sulla ragione fino al punto di farci esprimere valutazioni incoerenti con il dato di realtà (perché, ad esempio, ci sovrastimiamo o ci sottostimiamo in relazione alle emozioni che proviamo verso noi stessi).  

Autostima e vita della persona

Il grado di autostima incide su molti ambiti di vita di una persona:

  • Nella comunicazione: se credo di valere, posso affermare e comunicare senza remore il mio pensiero, posso fare richieste e lamentarmi quando qualcosa non è come desidero. Se credo di non valere abbastanza resterò in silenzio, o mi limiterò a compiacere gli altri.
  • Nelle relazioni: se credo di valere, vado incontro alle persone che mi piacciono, le cerco e costruisco con loro relazioni basate sullo scambio. Se credo di non valere abbastanza è più probabile che mi allontani da tutti, o che vada a cercare proprio quelle persone che rinforzano la mia visione negativa (persone centrate su di sé, che mi trattano con poca attenzione).
  • Nel lavoro: se credo di valere, cercherò il lavoro che credo di meritare, sarò disponibile ad assumermi responsabilità, cercherò nuove sfide. Se credo di non valere abbastanza cercherò un lavoro che non mi metta troppo in discussione, dove non debba prendere io decisioni (per paura di fallire), mi accontenterò anche di un lavoro che non mi piace perché non merito di più.
  • Nella cura di sé: se credo di valere mi presenterò al mondo curato/a, ma senza farmi troppi problemi sulla mia immagine. Se credo di non valere abbastanza mi trascurerò (perché nulla può aiutarmi ad avere un aspetto migliore) o sarò attentissimo/a alla mia immagine, sempre alla ricerca di un miglioramento e sempre attento/a al confronto con gli altri.
  • Nello sport o negli interessi culturali (es. musica, teatro): se credo di valere non avrò problemi a cercare sfide con gli altri o a mettermi al centro dell’attenzione. Se credo di non valere abbastanza cercherò qualcuno che mi fa da guida, o di essere poco visibile.

L’autostima è stabile o instabile?

La stima di sé non è una qualità fissa per tutto l’arco della vita: a volte basta un solo evento che viviamo come un fallimento personale per cambiare la valutazione che facciamo di noi stessi. Ad esempio, perdere il lavoro, perdere una relazione importante e duratura, ma anche renderci conto di essere invecchiati possono essere situazioni che determinano un duro colpo alla fiducia in sé.

Eppure, se è vero che l’autostima si costruisce e può cambiare lungo tutto l’arco della vita, esiste un livello di stima di base che si consolida durante le prime relazioni (in famiglia, con le persone che ci hanno cresciuto quando non eravamo in grado di stimarci da soli) e che tende a rimanere stabile. Questa autostima di base si potrebbe definire come l’amore che proviamo per noi stessi, e  rimane indipendente dal tipo di successi o insuccessi che collezioniamo nella vita perché ha più a che fare con l’affetto (le emozioni) che con la valutazione (il pensiero).  Questa autostima di base viene alimentata dall’affetto, dall’ascolto, dall’attenzione e dal calore che abbiamo ricevuto da chi si è preso cura di noi durante l’infanzia. Più ci siamo sentiti amati e voluti, tanto più riusciremo ad amarci e a provare un senso di benevolenza verso noi stessi in tutte le fasi successive della nostra vita, indipendentemente dalle esperienze.

L’autostima di base è il vero antidoto per superare insuccessi e situazioni difficili, e solitamente è lavorando su questa fonte di autostima che si deve lavorare, per poter migliorare il benessere delle persone. A questo livello profondo di emozioni verso di sé si può lavorare solo con la psicoterapia.

Autostima e perfezionismo

I risultati e l’apprezzamento degli altri possono costituire una fonte di nutrimento, sostenendo la fiducia in sé di chi possiede un’autostima di base più debole, rendendo la persona più confidente nel suo muoversi nel mondo. Tuttavia, l’appoggiarsi sullo sguardo altrui  o il cercare sostegno alla propria sicurezza  negli esiti del nostro impegno rende più deboli nel momento in cui non si riesce a raggiungere quanto sperato. Ci si  comporta come se si potesse avere un controllo su queste fonti esterne, ma il controllo sul mondo non è possibile. 

Un rischio connesso a questa modalità di acquisire autostima è quello di adottare l’approccio del perfezionismo: darsi degli standard elevatissimi è una trappola nella quale spesso le persone che hanno una bassa autostima di base cadono, e dalla quale faticano ad uscire. Il perfezionismo è una forma di schiavitù autoimposta che si può applicare ai diversi ambiti di vita della persona:

  • Nelle relazioni: ricercando di instaurare rapporti solo con persone valutate secondo standard mirati (es. bellezza, appartenenza ad un ceto sociale) ed escludendosi la possibilità e il piacere di incontrare persone diverse;
  • Nella vita scolastica o lavorativa: prefiggendosi di conseguire performance ai massimi livelli, togliendo spazio agli altri aspetti della vita per dedicarsi solo allo studio o al lavoro;
  • Nella cura di sé: cercando di avere un aspetto perfetto, e si sottopone a rigidi trattamenti estetici, o a diete o allenamenti sportivi rigorosi.

Il perfezionismo può condizionare l’esistenza della persona e costituire un rischio per la sua fiducia in sé, dal momento chela perfezione è un obiettivo che mal si concilia con l’esistenza dell’essere umano, e non può che costituire fonte di frustrazione.  Il perfezionismo, insomma, che viene utilizzato come antidoto alla bassa autostima di base, diventa una fonte malessere e disagio.

Autostima e ansia da successo

Il fenomeno noto come “sindrome dell’impostore” (Clance e Imes, 1978) o “sindrome di Achille” (Clarkson,  1994) consiste nella difficoltà a riconoscersi pienamente competenti e capaci e – anche a fronte di successi e palesi riconoscimenti di stima – vivere la sensazione di essere inappropriati, aggiungendo il timore di essere “smascherati” nella propria incompetenza.

Questo atteggiamento fonda su un’autostima poco solida e determina quella che N. Branden chiama “ansia da successo”: un forte timore di non essere in grado di ricoprire il ruolo a cui si viene assegnati o di non riuscire a portare avanti la propria impresa. Un timore che, secondo il meccanismo della profezia che si auto-avvera, porta la persona a sabotare i propri piani, cioè a mettere in atto comportamenti che, sul lungo termine, finiscono col compromettere la realizzazione personale.

Quando si verificano questi meccanismi non vi è altra strada che affrontare le fonti di distorsione dell’autostima e cercare di consolidare la sicurezza personale.

Come lavorare per aumentare l’autostima?

L’autostima può essere approcciata con diversi strumenti: coaching, counseling psicologico, psicoterapia sono tutti metodi di lavoro utili a riflettere sul valore personale. Tuttavia, se la bassa autostima si fonda su un’insicurezza cresciuta nel tempo, se fonda le sue radici fin dall’infanzia, come molto spesso avviene nelle persone che faticano a trovare conferme in loro stesse, la psicoterapia è il metodo di intervento più efficace, perché permette alla persona di mettersi in un contatto profondo con le emozioni che vive nei confronti di sé. 

 

Se vuoi intraprendere un percorso per rafforzare la tua autostima, o se vuoi ulteriori informazioni, puoi contattarmi ai recapiti che trovi qui.

Bibliografia

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