Dolore, lutto e nomadismo in psicologia: Nomadland

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“Nomadland” ha ricevuto il premio Oscar come miglior film nel 2021, e ha vinto molti altri riconoscimenti importanti a livello internazionale. Personalmente mi è piaciuto molto, anche se sono uscita dalla sala appesantita da un insieme di commozione e malinconia. È un film che coinvolge.

Nomadland apre a una riflessione molto importante sui temi del rapporto fra persona e lavoro, del lutto, della solitudine. In fin dei conti ci porta a toccare con mano il senso che diamo al nostro esistere, perché la protagonista sembra davvero molto lontana da tutti i cliché che la società occidentale pone come traguardi: successo, ambizione, accumulare beni e oggetti di valore, avere un aspetto fisico sano e bello.

La trama

Fern ha circa sessant’anni e vive su un furgone. La Grande recessione degli anni 2000 ha portato alla chiusura dell’azienda in cui lavorava insieme al marito. Insieme al lavoro ha perso la casa, perché entrambi vivevano in un alloggio aziendale.  Il marito, nello stesso periodo, viene a mancare per un tumore.

Nel film vediamo circa un anno di vita di Fern, trascorso a vivere sul furgone, a vagabondare fra un lavoro e l’altro, a cercare luoghi dove fermarsi con il camper. L’anno si apre e si chiude con un lavoro temporaneo in una grande azienda della distribuzione (che non citerò per non fare pubblicità), come a chiudere un ciclo e a ricordarci del nostro bisogno di coltivare la certezza della abitudini, anche quando la nostra vita prevede continui cambiamenti.

La rilettura psicologica

Dal punto di vista sociale, il film è uno spaccato sulla vita di una persona che ha perso tutto a causa della recessione economica e delle difficoltà che – insieme a molti altri che condividono la stessa sorte – è costretta a sopportare per mantenere la propria esistenza in una società che non riesce a darle risposte concrete.

Dal punto di vista psicologico, l’esistenza di Fern ci pone di fronte a uno scenario veramente lontano dalle consuetudini di buona parte di noi. La sua vita fatta di stenti e continue difficoltà racconta una possibilità che nessuno auspica: perdere improvvisamente casa, lavoro e affetti. Il senso di smarrimento di fronte a questa eventualità è inevitabile.

Cosa definisce la nostra esistenza?

Fern è priva di tutto. Non ha una casa, ma un furgone. Non ha oggetti, o meglio porta con sé l’essenziale (il suo unico sfizio oltre all’indispensabile è un servizio di piatti regalatole dal padre). Non ha relazioni stabili: ha perso il marito, ha una sorella alla quale ricorre solo in condizioni di emergenza, ha un’amica/collega nomade, che la aiuta a tenere relazioni con un gruppo di nomadi come lei, incontra un uomo che la vorrebbe con sé, ma con il quale decide di non fermarsi.

Forse ciò che definisce maggiormente Fern è proprio il suo nomadismo. Infatti, la sorella le fa notare come fin da ragazza si sia allontanata presto dalla famiglia per costruire la sua vita con il marito in un altro luogo. Il matrimonio è stato il suo momento di maggiore stabilità. Perso il marito, Fern torna in viaggio.

Insomma, al di là delle difficoltà che la società americana sicuramente le ha creato, Fern trova la propria dimensione di vita nello spostamento, nell’andare altrove, in una dimensione di urgenza psicologica che va oltre la risposta a un bisogno contingente. Il nomadismo è il suo modo per sfuggire al dolore dovuto ai diversi lutti della sua vita: la perdita del marito, del lavoro, della casa. In sintesi, la perdita della sua identità.

E così si ritrova a ricostruire sé stessa nel viaggio, nel movimento, nel continuo cercare un posto dove dormire, soluzioni per non ibernarsi, lavori con cui mantenersi, espedienti per la sopravvivenza da condividere con altri nomadi. Tutto è temporaneo al punto che una stabilità affettiva le toglierebbe questa nuova identità.

Entrare in contatto con il dolore

Il dolore che si prova guardando questo film è sicuramente connesso alle condizioni di vita di Fern. Alle sue difficoltà economiche, alle peripezie a cui la costringe questo continuo vagabondare. Ma queste sono solo la vetrina che nasconde il dolore per la perdita del marito. Un aspetto che nel film viene solo accennato, evocato come parte di un racconto ma non vissuto nella sua tragedia. È questo il principale snodo della vicenda, dal punto di vista psicologico.

Emozioni: tristezza, malinconia, rabbia

La vita di Fern è fatta di rinunce e di difficoltà, oltre che di un lutto ancora vivo nei suoi ricordi e nei suoi pensieri. Le emozioni che suscita il film sono dunque la tristezza e la malinconia. Meno visibile la rabbia, emozione comunque presente nei processi di elaborazione del lutto, così come negli occhi di chi osserva la vita di questa donna, abbandonata a sé stessa e priva di speranze.  

Un percorso di counseling psicologico può aiutarti ad affrontare le situazioni di lutto. Se ti interessa un supporto professionale, contattami.

 

Nomadland” è un film USA del 2020 scritto e diretto da Chloè Zao.