Famiglia e identità in Father Mother Sister Brother

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L’ultimo film di Jim Jarmusch “Father Mother Sister Brother” è l’occasione per riflettere sul ruolo della famiglia nello sviluppo dell’identità e della personalità. Spesso le persone si chiedono perché psicologhe e psicologi si concentrino sui primi anni di vita, per comprendere le ragioni di certe caratteristiche e comportamenti. La ragione è presto detta: la famiglia di origine non è solo un nucleo al quale facciamo riferimento per definire chi siamo, ma è anche un contesto di relazioni all’interno del quale la persona riceve stimoli, rispetto ai quali si adatta.

Per dirlo con le parole della psicoterapia della Gestalt, la famiglia è il primo campo fenomenologico in cui l’individuo sperimenta il contatto con sé stesso e con gli altri, impara a tracciare i propri confini e struttura la propria identità.

Trama

La pellicola è costruita su tre episodi che esplorano il rapporto tra genitori, figli adulti e fratelli/sorelle.

Il film mette in scena in modo realistico, a tratti crudo, degli esempi di famiglie in cui le relazioni sono cariche di imbarazzo, frasi non dette, comunicazioni a metà. Quanto di più lontano dalle famiglie patinate delle pubblicità.

Tra gli episodi, quelli che mi hanno colpita maggiormente sono i primi due, dove sono presenti una coppia di figli e un genitore. Il terzo episodio l’ho trovato meno interessante, se non fosse per l’omaggio scenografico a “Ultimo tango a Parigi”. Tratta di due fratelli alle prese con il recente lutto per la perdita dei genitori, un tema di cui ho già parlato a proposito del film Le otto montagne (trovi l’articolo qui).

Primo episodio

Nel primo segmento troviamo due figli molto responsabili, ma tendenzialmente freddi, ad interagire con un padre narcisista e cinico, che non si fa scrupoli nel mentire e approfittare di quelle che dovrebbero essere le persone a lui più care: i figli.

Nel loro scambio emergono distanza emotiva, imbarazzo, un legame fatto di ambiguità e sfiducia. Anche tra fratello e sorella il dialogo è asciutto, minimale.

Tutti sono estremamente riservati, controllati, come se temessero di venire feriti da un momento all’altro. Sembra esserci uno scambio di ruoli: i figli che si prendono cura del padre irresponsabile, non tanto perché sia vecchio, quanto perché sembrano aver imparato ad assumere questo ruolo da sempre.

Sembra che recitino una parte: i figli fingono di essere interessati al padre, il padre finge di farsi accudire da loro.

Secondo episodio

Il secondo episodio vede invece al centro una madre e le sue due figlie adulte. Anche qui il rapporto è complesso: la madre sembra essere una presenza ingombrante (scrittrice, impeccabile nell’estetica e nei modi), a cui le figlie hanno dovuto adattarsi. Una è diventata una persona estremamente ansiosa, controllata. L’altra ha espresso uno spirito ribelle ed eccentrico.

Nessuna, fra queste donne, sembra davvero felice. I dialoghi sono anche in questo caso minimali. La conversazione si smorza facilmente, l’interesse reciproco è assente o non viene dimostrato.

Ci si mantiene su un territorio neutrale, che consente di avvicinarsi all’altra quel tanto da rimanere indipendente, per evitare di essere invasa.

Rilettura Psicologica: La Prospettiva Gestaltica

Dalla prospettiva della Gestalt, i membri della famiglia sono parti di una totalità (Gestalt) dove il comportamento del singolo dipende dai bisogni dello stesso, ma anche da un adattamento al sistema di cui fa parte. Facciamo qualche esempio di questo meccanismo:

  • Il primogenito, su cui si dirigono tutte le attenzioni, acquisisce l’idea che stare al centro del mondo è una posizione normale nella vita;
  • Il figlio di una famiglia litigiosa impara che il conflitto è il modo giusto per relazionarsi alle persone a cui si vuole bene, oppure si identifica con il ruolo del mediatore e diventa quello che deve far fare la pace a tutti, perché è il suo modo per placare l’ansia;
  • Il bambino che nasce in una famiglia numerosa, che deve imparare strategie per rendersi visibile.

Ogni famiglia si connota come un campo all’interno del quale ciascuno si ricava uno spazio che dipende dalla disponibilità a cedere territorio da parte degli altri. I comportamenti (e le personalità) si strutturano in virtù del rapporto fra le diverse spinte presenti. Chi diventa responsabile, in assenza di altri che prendono responsabilità o, viceversa, chi si arrende alla presa di decisioni perché abituato ad essere controllato, privo di spazi di scelta.  

Inoltre, la famiglia è il contesto nel quale interiorizziamo i primi giudizi su noi stessi. Impariamo ad essere sicuri, se abbiamo ricevuto amore e stima da chi avevamo intorno. Coltiviamo l’insicurezza se ci sono arrivati giudizi pesanti, se nessuno ci ha insegnato ad avere fiducia nelle nostre capacità.

Perché “ripescare” il passato in psicoterapia?

Lavorare con un adulto sui ricordi familiari non è un esercizio di archeologia, ma un modo per comprendere come il passato sia ancora operante nel presente. Le esperienze di vita precoci, quelle vissute nei primissimi anni di vita, sono determinanti per delineare chi saremo.

Certi comportamenti che connotano la persona potrebbero essere il frutto di un adattamento (in Gestalt si parla di “adattamento creativo”) all’ambiente precoce. Dei modi di rispondere alle situazioni che – se allora potevano essere utili – potrebbero invece risultare dannosi per l’adulto. Facciamo un esempio: la compiacenza.  Il fatto di assecondare gli altri, che da adulti crea la conseguenza negativa di essere poco assertivi, poteva essere funzionale per un bambino che riceveva poche attenzioni, e che quindi ha imparato ad assomigliare al genitore desiderato per ottenere il suo amore.

Alcuni precetti che l’adulto si dà (spesso in modo rigido) possono essere il frutto di un condizionamento creato nella vita familiare. Ad esempio, il fatto di mettere al primo posto i doveri, anche a discapito della propria salute, potrebbe dipendere da un contesto di riferimento che ha trasmesso come valore assoluto il “prima il dovere, poi il piacere”. In gestalt questi vengono chiamati introietti.

Certe emozioni vissute nell’infanzia potrebbero essere poi rimasti come “gestalt incompiute”, ovvero situazioni rimaste aperte, che continuano a lavorare nella mente della persona e la portano a rispondere alle situazioni in certi modi. Ad esempio, quella volta che non ho saputo rispondere a un componente della mia famiglia, e da allora ho coltivato l’idea di dover reagire sempre d’impulso, o viceversa di dovermi frenare.

Se leggendo queste dinamiche familiari hai riconosciuto qualcosa di te, dei tuoi legami o dei tuoi modi di stare in relazione, forse è il momento di darti spazio.
La psicoterapia può aiutarti a comprendere meglio ciò che vivi oggi, sciogliere vecchi nodi e costruire nuove possibilità di contatto con te stesso e con gli altri.

Se desideri approfondire o iniziare un percorso, puoi contattarmi: sarò felice di accompagnarti in questo cammino.