Leadership femminile

Da diversi anni mi interesso alle tematiche della leadership femminile e dell’espressione delle potenzialità della donna nel lavoro e nel sociale.

La sensibilità alle tematiche di genere permette di approcciare alle storie femminili tenendo conto del doppio binario della storia individuale e del condizionamento sociale. Infatti, sostenere la donna nel suo percorso di crescita o di carriera richiede di allargare lo sguardo sulla situazione sociale, tenendo conto dei vincoli e aiutando un progressiva liberazione dai pregiudizi, in modo da favorire uno sviluppo di scelte consapevoli e responsabili, che affondino le radici nei significati individuali, a prescindere da ciò che sembra dovuto o scontato.

Leadership femminile

L’immagine della donna al lavoro è fortemente influenzata dagli stereotipi di genere che, ancora oggi, tendono ad associare il femminile a valori quali la famiglia, la maternità, la cura degli altri.  Il risultato è che i percorsi professionali delle donne, fin dalle prime scelte scolastiche, finiscono per indirizzarsi verso ambiti ritenuti “più adatti” alle donne (es. compiti legati all’ascolto e alla cura degli altri, ad esempio nell’insegnamento o nel settore della salute) a discapito, ad esempio, di percorsi di tipo tecnico-scientifico.

Allo stesso modo, l’immagine della donna viene collegata istintivamente a ruoli di tipo gregario (l’assistente, la segretaria, la receptionist, la collaboratrice) mentre i ruoli di guida, capo, coordinamento vengono associati a figure maschili.

Nella nostra società non esiste un modello di riferimento per la leadership femminile, perché è ancora insufficiente il numero di donne presenti in ambiti di coordinamento e di gestione del potere. La scarsa presenza di riferimenti rende più difficile, per la donna, immaginarsi e rappresentarsi nel ruolo di guida, prescindendo dal modello maschile.

Schemi mentali e stereotipi

L’identità di genere è un fatto culturale, costituito di schemi mentali e di stereotipi che si trasmettono di generazione in generazione, tanto che un passo come questo, tratto da un romanzo, non sconvolge nessuno:

“Come accadeva spesso in famiglie come quella di Mary, i maschi erano più valutati delle femmine, soprattutto se la femmina non aveva nient’altro che le buone maniere per farsi valere. Nessuno si occupava del profitto scolastico di Mary, che era straordinariamente buono, perché nessuno si aspettava che lei andasse all’università o facesse una carriera” (R. Akeret “L’uomo che si innamorò di un orso bianco”, pg. 154).

Che le condizioni di donne e uomini non fondino su basi equivalenti è evidente da molti dati storici. Prendiamone uno per tutti: nella maggior parte dei paesi occidentali le donne hanno raggiunto diritto di voto solo nel ‘900 e dopo che agli uomini era già stato assicurato (si pensi che in Svizzera e in Portogallo vi si è arrivati solo negli anni ‘70). Evidenze come queste fondano su un’idea della donna che oggi ci sembra superata, ma della quale sono ancora vive le ripercussioni, specialmente nel mondo del lavoro. L’autonomia della donna è una conquista troppo recente per pensarla come figlia di una rivoluzione culturale conclusa.

Stereotipi sociali e storie personali

I condizionamenti culturali impattano sulla vita delle donne fin dalla più tenera età su tutti fronti della vita: influenzano il modo stesso della donna di percepirsi, le scelte rispetto alla famiglia e alla maternità, le aspirazioni da esprimere nel percorso scolastico e professionale, le aspettative e le idee sulle possibilità di carriera.

Prendiamo ad esempio alcuni fra questi stereotipi: uno è l’idea che la vera realizzazione di una donna sia nella maternità, che la sua priorità debbano essere famiglia e figli. Oppure, che nella scuola debba scegliere un percorso di profilo umanistico, dedicato alle lingue o all’insegnamento, escludendo quei percorsi che orientano a professioni di tipo tecnico, ritenute più adatte ai ragazzi.  Ancora, che nel lavoro la donna sia inaffidabile perché troppo emotiva per poter sostenere ruoli dirigenziali.

Molto si è già fatto per abbattere questi stereotipi, molto ancora rimane da fare su un piano sociale. Perché lo stereotipo ha un doppio risvolto negativo: a livello sociale toglie opportunità, a livello personale genera sofferenza alle donne, specialmente a tutte quelle che non sono allineate al condizionamento sociale (donne che non desiderano figli, donne che si scontrano con le difficoltà di affermarsi in settori storicamente ritenuti maschili). Fra le dimensioni della personalità che risultano maggiormente impattate dalle sollecitazioni culturali ci sono lo sviluppo dell’autostima e la capacità di riconoscersi il diritto ad affermare le proprie scelte o ad esercitare un comportamento assertivo.

Donne e lavoro

Nel contesto lavorativo gli stereotipi di cui abbiamo parlato si traducono in condizioni oggettive. Ne citiamo due: soffitto di vetro e differenziali salariali.

Per soffitto di vetro (o di cristallo) si intende il fenomeno per cui, ancora oggi, le posizioni apicali sono precluse alle donne. Ad esempio, sono rarissimi i casi in cui si trovano donne nelle posizioni dirigenziali più alte delle aziende, o nei ruoli di maggiore visibilità nel governo e nella politica.

Per differenziale salariale si intende il divario nei salari di donne e uomini. Ovvero  il fatto che un uomo e una donna con le stesse capacità e le stesse responsabilità ricevono mediamente stipendi diversi: l’uomo guadagna di più della donna.

Supportare una donna nella sua realizzazione professionale implica necessariamente il tenere conto di questi due elementi, per poter formulare un supporto consulenziale realistico e capace di sostenere la persona in un’ottica di benessere e sviluppo personale.

Nello stesso tempo richiede di aiutare la donna nel costruire in modo sartoriale un modello di leadership in linea con se stessa ed i propri valori, che permetta di esprimere l’autorevolezza senza mettere da parte le qualità del femminile, manifestando in modo coerente le proprie potenzialità di donna e di leader.

 

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Bibliografia

Bolen J. S. (1991) Le dee dentro la donna. Una nuova psicologia femminile, Astrolabio.

Bombelli M. C. (2009) Alice in business land. Diventare leader rimanendo donne, Guerini e associati.

Branden N. (2000) Le donne e la stima di sé. Battaglie e trionfi, alla ricerca della propria identità, Corbaccio.

Burr V. (2000) Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino.

Gherardi S. (1995) Il genere e le organizzazioni. Simbolismo del femminile e del maschile nella vita organizzativa, Raffaello Cortina Editore.

Menditto M. (2004) Autostima al femminile. Rappresentazione di sé, potere e seduzione, Erickson.

Ruspini E. (2003) Le identità di genere,  Carocci.

Vianello M., Perruca V., Caramazza E. (2015) Oltre l’ombra del femminile. Riflessioni sul potere, Moretti & Vitali.

Qualche libro di narrativa e saggistica per pensare

Aleramo S. (1907) Una donna, Feltrinelli.

Atwood M. (1988)  Il racconto dell’ancella. Ponte alle grazie.

Dandini S. (2018) Il catalogo delle donne valorose. Mondadori.

Favilli E. e Cavallo  A. (2017) Storie della buonanotte per bambine ribelli, Mondadori

Noble V. (1996) Il risveglio della dea. Il potere sciamanico delle donne. La via femminile alla guarigione, TEA

Qualche film per pensare

Bombshell – Regia di J. Roach (USA, Canada) 2019.

Dio è donna e si chiama Petrunya – Regia di T. Strugar Mitevska ( Macedonia, Belgio, Slovenia, Croazia, Francia) 2019.

Il diritto di contare – Regia di T. Melfi (USA) 2017.

Potiche. La bella statuina – Regia di F. Ozon (Francia) 2010.

Suffragette – Regia di S. Gavron (UK) 2015.

The Iron Lady – Regia di P. Lloyd (UK, Francia) 2011.

Un’altra donna – Regia di W. Allen (USA) 1988.

Una giusta causa – M. Leder (USA) 2018.

Vergine giurata – L. Bispuri (Italia, Svizzera, Germania, Albania, Kosovo) 2015.

(DVD) I misteri di Syusy Blady. Dio è nato donna. Acacia Edizioni